Referendum art.18: ma la scuola c'entra? |
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Ma la scuola c'entra?Il 15 e il 16 giugno prossimi ci sarà il referendum per l’estensione
dell’art. 18 alle aziende con meno di 16 dipendenti. La Cgil e la Cgil
Scuola, pur non essendo tra i promotori del referendum, hanno deciso di
invitare a votare sì: l’estensione dei diritti rappresenta un obiettivo
irrinunciabile per un’organizzazione sindacale. I lavoratori della scuola
non sono direttamente interessati alla misura: essendo dipendenti pubblici
essi godono di un altro rapporto di lavoro, che, finora, non ha contemplato,
di fatto, il licenziamento. Ma non è solo per un motivo di solidarietà o per
l’affermazione di un diritto universale o per una scelta di civiltà –
tutti motivi peraltro validi - che chiamiamo i lavoratori della scuola a
votare sì. Infatti anche la scuola e il rapporto di lavoro dentro di essa
negli ultimi anni sono stati oggetto di misure di deregolamentazione e di
destrutturazione che hanno esposto maggiormente gli operatori scolastici ai
rischi della mercantilizzazione avvicinandoli, volenti o no, agli altri
lavoratori. Questi processi dentro la scuola sono per così dire l’ultima
propaggine di un fenomeno generalizzato di cui l’attacco all’art. 18 e al
diritto alla sicurezza del posto di lavoro è sicuramente il cuore. Preservare
l’art. 18, estendere i diritti che esso contempla (una giusta causa per
risolvere il rapporto di lavoro) anche laddove questi non sono ancora previsti
costituisce perciò un modo concreto per segnare un’inversione di tendenza
di tutto il processo: un’inversione di tendenza che si rifletterebbe anche
sulle dinamiche in atto nella scuola e nei rapporti di lavoro che la
contraddistinguono. Chi ha paura del posto fisso?Alcuni mesi fa l’emanazione del D.M. 212/02 ha fatto balenare per il personale soprannumerario il licenziamento dopo una messa in disponibilità per due anni a stipendio ridotto e per quello inidoneo il licenziamento immediato se non docenti, tra cinque anni se docenti. La formulazione scritta di questa possibilità rappresenta un fatto grave, ma è legittimata da norme esistenti da tempo anche se sconosciute ai più e costituisce il punto di approdo più significativo di una campagna contro il "posto fisso" dei pubblici dipendenti. Non si è trattato solo di una campagna verbale: in questi anni una serie di provvedimenti hanno reso di fatto sempre più labili alcune garanzie relative al rapporto di pubblico impiego. Raramente o marginalmente si è trattato di un attacco diretto ai diritti, ma piuttosto sono state modificate alcune condizioni materiali che li rendevano fruibili. Oggi si parla di ulteriori elementi di destrutturazione che vanno da modifiche orarie tali da pregiudicare la stessa relazione educativa alla possibilità di ricondurre il rapporto di lavoro ad altri datori di lavoro pubblici, dall’utilizzo di collaborazioni coordinate continuative all’esternalizzazione di attività persino in campo didattico. Tutti questi fenomeni producono una crescente insicurezza nel rapporto di lavoro e non sono scollegati dagli attacchi che parallelamente vengono portati ai diritti dei lavoratori nelle aziende private. Licenziamenti facili e mancate assunzioniNonostante esista dal 1999 una legge sul reclutamento, ci siano decine di migliaia di posti vacanti ed esistano regolari graduatorie piene di aspiranti, il governo - che con l’abolizione dell’art. 18 intendeva dare mano libera agli imprenditori per licenziare - vuole per sé questo stesso diritto non procedendo all’immissione in ruolo del personale supplente. La scelta ha, non solo, il carattere episodico della misura di risparmio, ma anche il carattere strategico di mantenere una fascia di personale licenziabile in relazione a modificazioni e dismissioni quantitativamente non ancora definite, ma previste dalla riforma Moratti. Nei prossimi dieci anni infatti andrà in pensione più di un terzo dell’attuale corpo docente e il blocco del turn-over rappresenta una soluzione a portata di mano per cambiare il volto della categoria. L’idea è quella di procedere ad una ristrutturazione scolastica basata non sull’utilizzo del personale, ma, come nella più genuina tradizione aziendale, sul suo azzeramento. Il mantenimento di una fascia di personale privo di diritti diventa così funzionale ad un’operazione di cambiamento del sistema scolastico. L’estensione dei diritti e, in particolare, del diritto al lavoro modifica il contesto in cui si sviluppa la resistenza a tali processi e la rivendicazione dell’assunzione in ruolo. Privatizzazione, esternalizzazione … iniziano dagli ATAQuasi il 40% dei collaboratori scolastici è oggi precario e le cose che abbiamo detto per i docenti rispetto alle mancate assunzioni valgono anche per loro. La percentuale è destinata ad aumentare se si calcola che il numero dei pensionamenti sarà di oltre 10.000 unità. Ma tra il personale Ata esistono forme di lavoro ancora più precarie delle supplenze: le collaborazioni coordinate continuative, i lavori socialmente utili e gli appalti delle pulizie a ditte private. Si tratta di rapporti di lavoro che non rientrano nel nostro contratto nazionale e che non godono dei diritti ivi sanciti. Il Miur vorrebbe ampliare queste esperienze estendendole anche ad altri profili, diminuendo gli organici, ma nello stesso tempo non prevede le risorse finanziarie sufficienti. Risultato: si innesca una spirale di precarizzazione degli uni e degli altri. Un avanzamento della precarizzazione, anche per via dell’abolizione dell’art. 18, avrebbe un effetto di trascinamento diretto su questo personale, che, a sua volta, trascinerebbe tutti gli altri. Un’estensione dei diritti comporterebbe al contrario un rafforzamento delle garanzie contrattuali per tutti. I "nuovi" lavori della formazione professionaleNella Formazione professionale i precari ci sono già, anche se sotto le tante forme dei "nuovi lavori": di contro ai 15.000 addetti con rapporto a tempo indeterminato, si stima che i rapporti di lavoro atipici e le collaborazioni coordinate e continuative, che in realtà spesso nascondono vero lavoro dipendente, interessino oltre 45.000 addetti. La CGIL Scuola ha già intrapreso un confronto con le controparti datoriali per regolamentare la presenza di lavoratori atipici nel comparto, e per estendere ad essi le tutele previste dal Contratto collettivo nazionale di lavoro. C’è da dire, poi, che gli stessi lavoratori a tempo indeterminato, per via dei meccanismi di attribuzione degli incarichi dipendenti dai bandi delle azioni formative, rischiano periodi di mobilità senza poter beneficiare di ammortizzatori sociali dai quali sono esclusi gli enti di formazione e le agenzie formative, che spesso impiegano un piccolo numero di occupati. Anche per questi lavoratori, la strada intrapresa dalla CGIL per la discussione delle quattro leggi di iniziativa popolare sembrava il percorso migliore. Ma, in ogni caso, l’affermazione del sì al referendum rafforza questi percorsi, perché saranno comunque necessarie nuove norme, creando un contesto favorevole alla loro discussione, ed in esse potrebbero trovare spazio le soluzioni adeguate per gli operatori di questo settore. I lavoratori della formazione professionale hanno tutto l’interesse a difendere i propri diritti difendendo quelli degli altri e votando sì al referendum sull’articolo 18. Le ragioni della scuola privataAlla consultazione referendaria sull’articolo 18 sono direttamente interessati i lavoratori occupati nelle scuole private curriculari ed extracurriculari di ogni ordine, grado e tipologia sia con più che con meno di 16 dipendenti. Quella della scuola privata è una realtà produttiva, per certi versi analoga a tanti altri settori del mondo del lavoro italiano, con una forte presenza di piccole e piccolissime iniziative imprenditoriali, in cui i fenomeni di deregulation, lavoro irregolare, lavoro nero e assenza di diritti rappresentano piuttosto la regola anziché l’eccezione. La CGIL da anni ha posto al centro della sua strategia l’estensione dei diritti a tutti i lavoratori, indipendentemente da dove sono occupati, dal numero degli addetti e dalla tipologia della prestazione. Un’estensione universale può realizzarsi solo con un intervento legislativo. Benché il referendum solo parzialmente risolva la questione, il voto del 15 giugno è un appuntamento importante: se sul piano generale la vittoria del sì rappresenterebbe una battuta di arresto alla strategia del centro-destra, per la categoria rappresenterebbe una reale estensione dei diritti e delle tutele anche per il personale occupato nelle scuole con meno di 16 dipendenti. Il lavoratore come risorsa: le iniziative e le proposte della CgilLe proposte della Cgil sul lavoro e le tutele si ispirano a
un moderno principio di democrazia economica e a un sistema di relazioni
sociali fatto di reciproco riconoscimento e confronto tra le parti. Un vero
dialogo sociale, che nulla ha a che vedere con la politica dei colpi di mano e
delle deleghe in bianco dell’era Berlusconi. Le proposte di legge sono 4, ma
tenute insieme da questo unico filo conduttore. La prima, sulla "salvaguardia
dell’occupazione, la qualità del lavoro e la garanzia dei redditi"
prende in esame l’importanza della risorsa lavoro nell’era della
globalizzazione, e di un lavoro fondato su livelli di conoscenza che vanno
continuamente aggiornati. Il lavoro e la conoscenza come diritti e strumenti
di cittadinanza non possono essere considerati pura merce da affidare a un
mercato selvaggio e senza regole. La seconda proposta è per "l’unificazione
dei diritti nelle prestazioni di lavoro continuativa" perché
dignità e diritti personali non possono dipendere dal tipo di contratto. La
terza proposta "estensione
della tutela contro i licenziamenti ingiustificati" definisce il
civile principio della "giusta causa" come il massimo comune
denominatore dei rapporti di lavoro. La quarta proposta "disposizioni
per le controversie in tema di licenziamento e trasferimento" si
occupa di un problema davvero grave del nostro ordinamento giudiziario, la
lunghezza dei processi, e propone l’istituzione di una corsia preferenziale
per questo tipo di controversie. |
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