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Crescono le prese di posizione e le iniziative contro la Direttiva
Bolkestein, la cui approvazione avrebbe pesanti conseguenze su diritti
universali di cittadinanza, come quelli all’istruzione e alla salute, e
sui diritti dei lavoratori. L’obiettivo è di aumentare la consapevolezza
e la sensibilità su questi temi attraverso una Campagna che culmini nella
partecipazione di massa alla manifestazione europea del 19 marzo 2005 a
Bruxelles, lanciata dal FSE contro l’Europa liberista e in centinaia di
iniziative nei territori dal 10 al 16 aprile 2005, all’interno della
"Settimana di Azione Globale" indetta dal FSM di Mumbay, contro il
Gats e le privatizzazioni, per i beni comuni e i diritti sociali in cui la
FLC CgilL sarà presente con specifiche iniziative.
Roma, 20 dicembre 2004
Documento del Comitato direttivo della CGIL
sulla Direttiva europea Bolkestein
Nel gennaio del 2004 la Commissione Europea ha presentato una proposta di
direttiva sui servizi nel mercato interno che in questi giorni comincia il
suo iter al Parlamento Europeo, dopo essere stata esaminata dal Consiglio.
Scopo della direttiva è quello di creare un quadro legislativo "per
eliminare ogni ostacolo alla libertà di movimento e stabilimento dei
servizi", per il rafforzamento del mercato interno intersettoriale.
Tale direttiva dovrebbe inoltre essere considerata come uno dei tasselli
fondamentali del processo lanciato con il Consiglio di Lisbona che prevede
come obiettivo quello di "trasformare la UE, entro il 2010, nell’economia
basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo", per far
ciò dichiara "l’indispensabilità di realizzare un vero mercato
interno dei servizi" ed in tal senso le autorità europee invitavano la
Commissione e gli stati membri ad "attuare una strategia volta ad
eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi".
In realtà la bozza di direttiva non rappresenterebbe l’attuazione di quel
principio. Anzi: occorre affermare che non esiste rapporto tra quanto
deliberato a Lisbona ed i contenuti della Direttiva; o meglio che si può
attuare Lisbona aumentando e generalizzando nella nuova Europa la qualità
dei servizi consolidando il modello sociale europeo.
La Direttiva invece snatura il modello sociale mettendo in luce anche in
questo campo la contraddizione tra i principi ed i valori che caratterizzano
il Trattato costituzionale dell'Unione Europea e gli strumenti attuativi che
li snaturano.
Infatti dopo Lisbona quell’idea sbagliata di competitività e di mercato
rischia di segnare negativamente l’allargamento della UE a 25 paesi. Ciò
sta snaturando il modello europeo facendo prevalere le logiche
economicistiche e di mercato, supplendo alla mancanza di una strategia
comune di rilancio dello sviluppo e di investimenti adeguati, con la
riduzione della qualità ed in ultima analisi delle stesse prestazioni dei
servizi di interesse generale.
Se la competizione generale divenisse il fine, la molla, anche i beni comuni
(acqua, salute, educazione, protezione sociale, diritti del lavoro)
sfuggirebbero alla loro funzione di carattere fondamentale di uno stato
sociale.
Lo scopo dichiarato della Direttiva al suo articolo 1 è quello di
"stabilire le disposizioni generali che permettono di agevolare l’esercizio
della libertà di stabilimento dei prestatori di servizi nonché la libera
circolazione dei servizi stessi".
Tali obiettivi definiscono la libertà di mercato interno dei servizi;
proprio in tale quadro la direttiva si pone come obiettivo quello di
eliminare gli ostacoli normativi, di disposizioni e di relazioni che si
frappongono al raggiungimento del risultato della libera circolazione dei
servizi e della libertà di stabilimento tra gli stati.
Il giudizio della CGIL è netto: la bozza di Direttiva, se approvata,
rappresenterebbe per i contenuti che esprime e per gli strumenti che adotta,
un pericoloso ed inaccettabile attacco al modello sociale europeo ed al
sistema dei diritti sociali, civili e del lavoro esistenti nei singoli Stati
membri, peraltro già, come nel caso italiano, pesantemente messi in
discussione dalla politica del Governo.
Non esiste, per volontà della stessa Commissione, a livello europeo una
nozione comune di servizi pubblici, né di servizi di interesse generale,
né di servizi ad interesse economico generale; ciò non agevola la
costruzione di un punto di vista comune, né la necessaria ricerca di punti
di armonizzazione tra le varie normative nazionali.
Si nega la possibilità di definire un quadro positivo di regole, qualità,
standard comuni in un settore come quello dei servizi che rappresenta circa
il 70% del PIL dell’UE, mentre la stessa Commissione sta invece
intervenendo sui servizi sociali, sugli aiuti allo stato, sugli appalti
pubblici di servizi, sulla partnership pubblico privato.
Tale mancanza, unitamente ad una pericolosa ambiguità e vastità nella
definizione dell’area di applicazione della Direttiva, fa sì che non vi
siano chiare e complete aree di servizi esclusi dal campo di applicazione
della Direttiva, né quelle dei servizi pubblici né quelle dei servizi
privati. Ciò da un lato rischia di mettere in discussione le
regolamentazioni di settore a livello europeo e determina l’estensione del
principio della commercializzazione dei servizi comuni di interesse generale
assumendo in tale senso il principio del mercato e della concorrenza in aree
come quelle dei servizi alla persona (sanità; istruzione, assistenza;
sicurezza del lavoro) caratterizzate dai valori dell’universalità,
accessibilità, uniformità delle prestazioni che sono a base dei sistemi di
Welfare State oltre che principi distintivi della stessa Costituzione del
nostro paese.
La Direttiva adotta due strumenti principali per affermare l’obiettivo
della libera circolazione dei servizi e della libertà di stabilimento: il
principio del paese di origine; la nuova disciplina del distacco dei
lavoratori.
In base al principio del paese di origine, fino ad oggi applicato in Europa
solo nel campo del commercio elettronico e dei servizi finanziari, un
fornitore di servizi che presta la sua attività di fornitura di un dato
servizio in un paese membro, non è soggetto alla disciplina del servizio
che vige nel paese dove presta servizio, bensì solo a quella del paese dal
quale proviene. Tale principio rappresenta una pesante manomissione dei
sistemi di protezione sociale, dei diritti dei cittadini ad avere servizi di
qualità, uniformità di prestazioni. Il principio del paese di origine
rappresenta anzi un incentivo alla delocalizzazione delle imprese alla
ricerca di Stati nei quali i livelli di Welfare State ed i sistemi dei
diritti sociali siano più arretrati, determinando fenomeni di dumping
sociale e di alterazione del principio della concorrenza. La CGIL respinge
tale principio che, unitamente alla devolution, significherebbe la
manomissione dei principi costituzionali oltre che un pesante intervento
demolitorio del sistema di protezione sociale italiano già pesantemente
messo in discussione dal Governo. Ma lo stesso principio del paese di
origine ha dei confini di applicabilità molto labili che possono
determinare un pesante attacco al sistema delle clausole sociali, alle
relazioni sociali basate sulla contrattazione collettiva, alle stesse regole
del mercato del lavoro, alla qualità ed alle modalità di offerta dei
servizi sanitari, alla garanzia di impatto ambientale attraverso la
generalizzazione piena del principio del silenzio assenso.
Non si può nascondere, oltretutto, che il principio del paese d'origine sta
suscitando in Europa una lettura xenofoba del processo dell'allargamento
vissuto come una occasione di dumping economico e sociale.
In base alla nuove regole sul distacco dei lavoratori, i controlli e le
relative sanzioni in caso di inadempienza, sulla reale equiparazione
contrattuale, normativa e legislativa dei lavoratori stranieri distaccati
dal fornitore di servizi in un paese membro diverso da quello di origine,
possono essere effettuati solo a cura dei paesi di origine. Con tale
disciplina, che modifica pesantemente la precedente normativa europea
recepita nel nostro paese, si determina una ulteriore rottura del principio
di uguaglianza dei diritti del lavoro e la pesante manomissione del sistema
dei controlli portata vanti dal Governo. Lo stesso principio della salute e
sicurezza del lavoro, verrebbe ulteriormente manomesso dopo il recente
provvedimento governativo.
Sulla base di tali contenuti con la Direttiva Bolkestein non solo il modello
sociale europeo verrebbe stravolto e manomesso, ma la stessa UE diverrebbe
unica protagonista in negativo nei negoziati GATS in ordine alla totale
commerciabilità dei servizi alla persona e dei beni comuni: è prossimo all’uscita
un dossier europeo sull’acqua ed i servizi di produzione e distribuzione.
Le iniziative di denuncia e di mobilitazione delle quali sono state
protagoniste le federazioni unitarie della Funzione Pubblica (FSESP) in
Europa, le federazioni unitarie degli Edili e il tavolo di dialogo sociale
in Europa sempre degli stessi Edili, la FERPA, le posizioni della categoria
del commercio, le prime posizioni della CES. Il movimento di protesta
diffuso nella società civile europea e italiana contro la Direttiva a
partire dal Forum Sociale di Londra e le iniziative degli Studenti, le
iniziative di contrasto di alcuni Stati ed Enti Locali, le perplessità di
alcune associazioni datoriali, hanno determinato un rallentamento dell’iter
della Direttiva ed un primo ripensamento, peraltro da verificare, su
obiettivi e strumenti della Direttiva stessa.
La mobilitazione deve continuare contro una Direttiva iniqua, socialmente
pericolosa che crea dumping sociale ed impoverimento dei fruitori dei
servizi.
Non è in discussione il mercato interno dei servizi e delle professioni che
può e deve essere sostenuto attraverso interventi settoriali mirati e che
possono aiutare a salvaguardare i caratteri sociali, ma è in discussione il
come questo fine viene perseguito dalla Direttiva.
Per questo il CD della CGIL ritiene indispensabile:
- L’estensione delle iniziative unitarie di categoria e confederali
che generalizzino la conoscenza sui contenuti della Direttiva e sulle
conseguenze nel nostro paese suscitando l’attenzione e la
mobilitazione necessaria;
- L’invito alle categorie ad attivare i necessari confronti unitari a
livello nazionale ed europeo per pervenire a posizioni comuni ed ad
iniziative di pressione e contrasto;
- La ferma richiesta alla CES di una forte iniziativa di pressione verso
il Parlamento Europeo e la nuova Commissione contro la Direttiva
stessa, non escludendo momenti coordinati di iniziativa a questo scopo;
- L’attivazione di un confronto, sulla scorta di quanto già fatto,
con le assemblee elettive, europee e nazionali per formalizzare la
posizione sindacale, tenendo presente che ad essere attaccato è
proprio il potere degli Stati nazionali e degli enti locali di
decidere, in proprio e davanti ai propri elettori, le politiche che
riguardano i servizi;
- La richiesta al Governo italiano di esprimere posizioni di merito
sulla Direttiva, mettendo in risalto le pesanti conseguenze che si
determinerebbero nel nostro paese.
Martedì 14 dicembre 2004
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