Si sta estendendo in tutta Europa la mobilitazione contro la Direttiva
Bolkestein che non rappresenta, come detto nel documento del Comitato
Direttivo della CGIL, "l’attuazione della strategia di Lisbona".
Rappresenta, se approvata, lo snaturamento del modello sociale europeo,
facendo prevalere le logiche economicistiche e di mercato, destrutturando il
mercato del lavoro e supplendo alla mancanza di una strategia di intervento
alto sul rilancio dello sviluppo ed alla particolare situazione economica
europea con la riduzione della qualità, dei diritti e delle stesse
prestazioni dei servizi di interesse generale.
La mobilitazione si estende in Europa ed in Italia, anche se continuano ad
esistere zone di incomprensibile disinteresse: non esistono, con il testo
che conosciamo, zone franche e situazioni messe a riparo dalla area di
riferimento della direttiva; gli stesi servizi esclusi non sembrano
pienamente a riparo. Quindi il disinteresse va rapidamente abbandonato.
L’allarme delle organizzazioni datoriali e degli stessi Governi
(Confindustria; ANCE; Comuni italiani; Regioni; Governo del nostro paese)
sta determinando una situazione di movimento da parte della stessa
Commissione Europea che, con il presidente della Commissione, ha dichiarato
che la "Commissione è pronta a rielaborare la Direttiva".
Certo, se da un lato ciò rappresenta un primo risultato frutto anche della
mobilitazione e dell’allarme suscitato, il tentativo sarà quello di
"attenuare" il liberismo che permea la Direttiva senza toccarne i
punti di fondo. In ogni caso il calendario dei lavori parlamentari allo
stato attuale non cambia, né le affermazioni del Presidente hanno prodotto
cambiamenti.
Rimane integro il nostro obiettivo e quello dei movimenti di
"determinare", cambiando in profondità i punti inaccettabili
della Direttiva, la sua inutilità costruendo in tal modo la sua rimessa in
discussione.
Il ritiro da parte della Commissione deve essere il frutto dei risultati che
saremo in grado di conseguire con la mobilitazione e con la battaglia che
coinvolga tutti i soggetti e le istituzioni dei paesi europei.
Il documento con il quale la CES rilancia la manifestazione del 19 marzo è
esplicito: STOP ALLA BOLKESTEIN!
Dobbiamo definire il senso politico dei punti da cambiare radicalmente tali
da poter determinare lo stop ed il ritiro della Direttiva stessa da parte
della Commissione nel testo che conosciamo. In tal senso si esprime anche il
manifesto con il quale la CES indice la manifestazione di Bruxelles.
IN MERITO
Per ottenere questo risultato ragioniamo intorno a 4 aree di argomenti:
le modifiche dovranno chiaramente avere una dimensione europea
L'area di applicazione
Non esistendo un quadro europeo definitorio né dei servizi pubblici, né
dei servizi di Interesse generale, né dei servizi di interesse economico
generale, occorre procedere alla limitazione del campo oltre quanto previsto
dall'art. 2.
Non va persa di vista l’esigenza politica di definire uno spazio comune
europeo costituito di diritti universali e qualità dei servizi.
Per questo è necessario un riferimento esplicito alla Direttiva sui Servizi
di Interesse Generale- come luogo politico di definizione dei servizi aventi
tali caratteristiche; in attesa del quale e della necessaria armonizzazione
europea occorre procedere alla estrapolazione dalla Direttiva Bolkestein, di
tali servizi che per noi sono quelli che garantiscono i diritti
costituzionalmente garantiti; quelli che, pur avendo a norma di legge
rilevanza economica, hanno "aree di attività garantite e richieste
dallo Stato (prestazioni, universalismo, tariffe, offerta minima, qualità);
identificando il valore primario delle Direttive di settore.
E' evidente il particolare equilibrio nel quale collocare da un lato la
titolarità degli Stati membri nel definire natura e parametri di offerta
dei servizi, e dall’altro la necessità di costruire un
riferimento/normativa (uno spazio comune) a livello europeo che consolidi e
estenda i contenuti del modello sociale europeo.
L'emendamento potrebbe essere così formulato:
"Occorre definire, a seguito della conclusione dell’iter legislativo
sui Servizi di Interesse generale, un quadro legislativo con il quale
vengono definiti i criteri ai quali ricondurre i SIG ed i SIEG, che
rimangono di competenza degli Stati membri. In ogni caso la presente
Direttiva non si applica ai servizi forniti dagli Stati e dalle autorità
regionali e locali che garantiscono i diritti essenziali definiti dalle
legislazioni degli Stati membri".
La semplificazione
Il contenuto della Direttiva si muove e aggrava il quadro normativo
nazionale.
Viene fortemente limitato l'istituto della autorizzazione (tranne nei casi
di sicurezza, ordine pubblico, ambiente, cultura, politica sociale). Viene
generalizzato l’istituto del silenzio-assenso.Si producono effetti di
ricaduta automatica sulle legislazioni nazionali.
La Direttiva stabilisce che i singoli Stati debbano valutare l'esistenza nel
loro ordinamento di norme che possono impedire la libertà di stabilimento
(quali le restrizioni fissate in funzione della popolazione (vedi servizio
universale)
Il numero minimo di dipendenti (vedi qualità, istruzione, assistenza)
Le tariffe obbligatorie.
Gli esiti di questo screening vanno poi sottoposti agli altri paesi e
sottoposti al vaglio della Commissione.
Occorre, chiaramente non essere contrari a quelle misure già presenti nel
nostro ordinamento (sportelli unici, autocertificazioni, ecc.) ma
chiaramente la modifica di quanto già presente non può avvenire senza
fissare regole e un contorno normativo per tutti, fino a determinare l’effetto
perverso della libertà di stabilimento e del silenzio assenso.
L’emendamento potrebbe essere così formulato:
"Contro lo stravolgimento delle regole e delle garanzie occorre
salvaguardare quelle normative la cui eliminazione potrebbe comportare la
lesione dei principi e dei valori costituzionali o di diritti ed interessi
legittimi, ovvero gravi difficoltà nel funzionamento di amministrazioni,
servizi pubblici o responsabilità internazionali dello Stato: chiaramente l’individuazione
di tali norme non può che far capo alle diverse titolarità dei paesi
membri e delle loro articolazioni istituzionali".
Principio paese di origine
E' chiaramente uno dei punti politici inaccettabili della Direttiva che
determinano la nostra netta contrarietà. Si tratta di un principio che
determina:
– la rottura delle regole sociali, del sistema dei diritti e delle
relazioni democratiche esistenti nei singoli Stati
– un nuovo modello europeo basato sui contenuti sociali economici e di
diritti delle realtà più arretrate
– lo stravolgimento dei sistemi di sicurezza e protezione esistenti nei
singoli Stati.
Il punto è inemendabile e per questo va cassato.
Ma il principio del paese di origine, in sostituzione dell’attività di
armonizzazione è inaccettabile, dopo questa attività è superfluo.
Rappresenta solo il trionfo del mercato senza regole a scapito dei diritti
sociali e civili.
La norma va cassata e sostituita con la pianificazione di un’attività di
armonizzazione che non sia la risultante al ribasso dei disequilibri
esistenti in Europa, ma che abbia il modello sociale europeo e la Carta dei
Diritti come riferimento.
Il distacco dei lavoratori
Non viene messa in discussione la Direttiva 96/71/CE recepita nel nostro
paese con il Dlgs 72/2000 in base alle quali la disciplina del distacco è
fuori dal principio del Paese di Origine, ma il punto è che si è
abbandonata una normativa, da regolare, presente nella Direttiva 96/71
basata sulla reciprocità e il coordinamento fra stati e la si è sostituita
con la totale liberalizzazione (nessuna autorizzazione, nessuna
dichiarazione di distacco dei lavoratori - edili a parte fino al 2008 -
nessuna rappresentanza nel paese di distacco e non obbligo a tenere i libri
sociali). Siamo in presenza di lavoratori fantasma, la cui regolarità ed il
relativo controllo sull’applicazione della Direttiva "madre" è
a cura solo dal Paese di distacco.
E' evidente il rischio che si determinerebbe per tutti i lavoratori, laddove
nelle aziende venissero distaccati lavoratori per segmenti di lavori o nei
territori e nella stessa edilizia.
Siamo per ripristinare pienamente il contesto della 96/71, aprendo la fase
di assistenza e cooperazione.
Questi sono i 4 temi che vanno tenuti al centro delle nostre iniziative di
mobilitazione e dell’attività di confronto con le forze politiche ed
istituzioni presenti nei territori e negli incontri che le categorie
nazionali potranno svolgere in Europa. Sono tematiche sulle quali impegnare
l'organizzazione nel costruire la mobilitazione nella aziende ed il rapporto
con i movimenti.
LA NOSTRA INIZIATIVA
Se da un lato ciò significa che qualcosa si sta muovendo, dall'altro la
situazione ci consegna la necessità di una più ampia mobilitazione dopo la
giornata del 19 marzo
- Con il documento del Comitato direttivo
CGIL e la raccolta
di firme sull’appello del Comitato contro la Bolkestein sulla
quale si stanno impegnando alcune categorie da inviare al Presidente
della Commissione Europea; al Governo Italiano; alle Commissioni del
Parlamento europeo.
E' importantissima la diffusione capillare dell'informazione e delle
iniziative per far crescere la mobilitazione. E' necessario, con le
parole d'ordine del documento del CD della CGIL, rilanciare una
politica di alleanze sociali, a partire dal Comitato contro la
Bolkestein del quale fanno parte alcune categorie (FP; FILCEM; FLC;
FIOM, FILLEA…).
Con iniziative verso Regioni e Comuni che, a norma della riforma del
Titolo V/Cost. sono titolari delle competenze sui settori coperti dalla
Direttiva (Sanità, Ass. Soc., Istruzione, Salute e Sicurezza, Turismo,
semplificazione, Ambiente, occupazione).
- Con iniziative verso il Governo Italiano: è, infatti, aperta una
discussione che verte sostanzialmente sull'area di applicazione della
Direttiva e mira all’esclusione di alcuni servizi e funzioni quali la
sicurezza e la sanità.
Notizie di stampa accreditano che il Presidente Barroso abbia
dichiarato a Chirac l'abbandono del principio del paese di origine e
altre positive modifiche sono state preannunciate in Parlamento da
parte del nuovo Commissario alla concorrenza. Ma la Commissione ha
comunicato che non intende ritirare la Direttiva.
Se è così è necessario rafforzare la nostra richiesta.
IL CALENDARIO DEI LAVORI
Il calendario non è ancora definito nei dettagli e la situazione è
fortemente in movimento.
Allo stato attuale i relatori delle Commissioni presenteranno i rapporti,
presumibilmente a marzo; quindi la presentazione degli emendamenti ed il
voto in plenaria sarebbe previsto per giugno. Parallelamente continua il
lavoro delle commissioni del Consiglio (i tecnici dei Ministeri) con
incontri mensili.
Dopo l’adozione della prima lettura del Parlamento europeo, il Consiglio
inizierà la sua prima lettura, quindi il testo tornerà in Parlamento per
la seconda lettura e poi nuovamente al Consiglio.
Se tra Consiglio e Parlamento non dovesse esserci accordo, partirebbe la
procedura di conciliazione, che potrebbe durare a lungo. La Commissione, a
sua volta, potrebbe accettare gli emendamenti o rifiutarli. se la
Commissione li rifiutasse, ci sarebbe bisogno del voto all’unanimità del
Consiglio. Altrimenti il voto al Consiglio avverrebbe con la maggioranza
qualificata.
Quindi, nonostante la dichiarazione di Barroso, il calendario previsto non
sembra venga modificato.
Il Parlamento europeo mira a completare nel semestre la prima lettura della
Direttiva.
Ciò significherebbe: emendamenti e discussione nel Comitato (occupazione e
mercato interno) entro maggio e plenaria a giugno.
Roma, 10 marzo 2005
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