Nota Cgil alle Commissioni parlamentari sul DPEF |
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Pubblichiamo la nota che la Cgil ha consegnato alle Commissioni
parlamentari sul DPEF. Roma 1 agosto 2004 CGIL: audizione presso le commissioni bilancio di Camera e Senato sul Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2005-2008Il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2005-2008 consiste,
per stessa ammissione del ministro dell’Economia, in una cornice priva delle
specifiche manovre correttive che verranno introdotte dalla prossima Legge
Finanziaria. L’unica indicazione più concreta, ma purtroppo fortemente
negativa riguarda il Mezzogiorno, per il quale non sarà previsto nessun
stanziamento aggiuntivo, mentre saranno tagliati gli incentivi alle imprese
(che verranno trasformati da trasferimenti a fondo perduto, in prestiti) e
anche gli stanziamenti per le infrastrutture. Il DPEF nel prendere atto di una
crescita tendenziale del Sud del Paese molto al di sotto della media europea
afferma che la stessa dovrebbe, a partire dal 2007, grazie all’attuazione
del Programma comunitario assumere una dinamica stabilmente superiore alla
media UE. Si tratta, come si evince dalle stesse indicazioni contenute nel
paragrafo relativo al Mezzogiorno, di un obiettivo privo di credibilità,
proprio perché il DPEF nega qualsiasi nuovo stanziamento aggiuntivo.
Dopo la stangata della manovra correttiva che ha tagliato drasticamente le risorse per gli investimenti, arriva per il Mezzogiorno un’ulteriore stretta. Non solo non sono previste risorse pubbliche aggiuntive per il triennio, ma
vengono tagliate quelle già programmate con la Finanziaria del 2003, con
effetto di blocco della programmazione negoziata, del credito d’imposta, del
bonus per l’occupazione. Viene meno, inoltre, un miliardo di euro l’anno per il cofinanziamento dei programmi comunitari, con il risultato di compromettere la realizzazione degli obiettivi. Inoltre le risorse previste per le infrastrutture e le grandi opere nel Mezzogiorno, per stessa ammissione del Governo, sono del tutto insufficienti e certamente non sono colmabili con proposte come l’introduzione del pedaggio sulle strade. Il DPEF, quindi comporta un disastro per l’economia, l’occupazione, l’imprenditorialità del Mezzogiorno e le sue prospettive di sviluppo. Per quanto concerne i quadri programmatici si rileva che, pur delineando
uno scenario scevro dall’irresponsabile ottimismo dei DPEF dei tre anni
passati, si presentano problematici ed incerti sia per quanto attiene alle
prospettive del ciclo economico internazionale, sia per quanto concerne le
tendenze dell’occupazione. Del resto, il Documento segnala in un apposito
paragrafo i rischi connessi alle previsioni, sia per il probabile rallentamento
della crescita USA, che per l’attesa decelerazione del tasso di sviluppo
giapponese sia, ancora, per gli ulteriori rischi derivanti dal l’eventualità
di una veloce contrazione della crescita cinese. Rischi ancora più pesanti
derivano dalle prospettive della situazione medio-orientale che potrebbe
incidere in termini fortemente negativi sulle aspettative e sulla fiducia di
famiglie e imprese. Tensioni particolarmente gravi si potrebbero, inoltre,
registrare sul fronte del prezzo del petrolio con pesanti ricadute negative
sulla crescita economica internazionale. Le elaborazioni quantitative nel Documento, anche per l’assenza di indicazioni di massima sulla composizione delle misure correttive che verranno adottate in autunno, non offrono un convincente quadro di coerenze tra tendenziali, manovre e obiettivi programmatici. In particolare, per quanto concerne i tendenziali, si segnala la loro inattendibilità più totale sia per le spese per il pubblico impiego che per quelle sanitarie per la parte relativa alle retribuzioni dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale. Nel quadro tendenziale di finanza pubblica 2005-2008, diversamente da quanto fatto nel passato, le retribuzioni pubbliche sono state valutate solo sulla base di quanto previsto dalla Legge Finanziaria per il 2004, mentre per gli anni successivi, in nome di un incoerente riferimento al criterio della legislazione vigente, le previsioni hanno incorporato solamente gli oneri connessi all’indennità di vacanza contrattuale, per di più calcolati sulla base di tassi di inflazione privi di qualsiasi credibilità. Si delinea quindi una prolungata assenza di rinnovi contrattuali per i settori del pubblico impiego. Tale inattendibilità del quadro tendenziale di finanza pubblica getta ombre ancora più pesanti sugli interventi correttivi che dovranno essere decisi in autunno e nel corso dei prossimi anni e rende tanto più "irresponsabili" gli intenti di riduzione della pressione fiscale che dovrebbero, a detta dello stesso Documento, essere coperti e non finanziati in disavanzo. Con specifico riferimento alla manovra correttiva dell’importo di 24 miliardi euro programmata per il prossimo anno, si rileva che il passaggio previsto dal DPEF da un Pil tendenziale dell’1,9% ad un Pil programmatico del 2,1%, non risulta essere credibile, non risultano cioè adeguati al raggiungimento di tale obiettivo gli interventi per lo sviluppo incentrati su una riduzione fiscale di circa mezzo punto di Pil (da coprire integralmente con ulteriori tagli) e sul fondo rotativo a cui vengono attribuiti 5 miliardi per investimenti (non è chiaro se aggiuntivi o semplicemente sostitutivi rispetto all’attuale quadro di interventi). Esercizi di simulazione effettuati da autorevoli Istituti di previsione economica, infatti, hanno dimostrato che gli impulsi espansivi derivanti da una minore tassazione, nel primo anno dell’intervento, sono del tutto trascurabili, e non compensano gli effetti deflativi generati dai tagli di spesa necessari per la copertura. La riduzione fiscale, tenuto conto anche delle considerazioni prima svolte sulla attendibilità dei quadri tendenziali di finanza pubblica, non muteranno le aspettative sul futuro livello della tassazione e quindi daranno scarsissimi impulsi alla crescita. Il passaggio dagli incentivi a fondo perduto ai mutui agevolati, almeno in una prima fase, non solo non darà impulso alla crescita, ma rischierà, sia per i tempi burocratici necessari ad avviare il nuovo sistema di istruttorie, sia per gli effetti negativi che si determineranno sui bilanci e sul merito di credito delle imprese, di frenare gli investimenti. Mentre gli effetti degli interventi per lo sviluppo risultano sostanzialmente privi di incisività, quelli depressivi generati dai 24 miliardi di tagli possono essere quantificati in una minore crescita del Pil pari almeno allo 0,5-0,6%. Sulle prospettive di crescita pesa inoltre l’incertezza sui tagli della Finanziaria 2005 che rischia di deteriorare le aspettative e la fiducia di famiglie e di imprese e quindi di contrarre ulteriormente la dinamica del Pil del 2004 già ridotta dello 0,2% a causa della manovra di aggiustamento decisa le scorse settimane con effetti di trascinamento negativi sulla crescita del Pil del 2005. Con riferimento al tasso di inflazione programmato previsto per il prossimo anno all’1,6% si rileva che, per il quarto anno consecutivo si programma un rilevantissimo scostamento con il tasso di inflazione atteso. Ancora una volta il Governo, per difendere nel breve termine la posizione competitiva del nostro apparato produttivo, si propone di comprimere i salari. Si tratta della riproposizione di una linea di politica economica fallimentare che ha già portato il Paese in un vicolo cieco, facendogli perdere, (come dimostrano i dati sulla competitività della nostra produzione industriale), pesantemente terreno rispetto a Francia e Germania. Il Governo, mentre indica interventi generici per ridurre il differenziale di inflazione che penalizza l’Italia rispetto ai principali paesi europei, dopo aver contribuito direttamente all’aumento dell’inflazione con politiche tariffarie e fiscali sbagliate, vuole scaricare ancora una volta la maggiore inflazione del nostro paese sulla dinamica dei salari. Ciò determinerà un’ulteriore compressione della domanda aggregata e quindi della crescita. Va infine ricordato che la teoria economica a cui ormai fa riferimento la stessa BCE, indica che se effettivamente le variazioni dei prezzi si mantenessero intorno ai valori così bassi programmati nel DPEF, tenuto conto del continuo aumento qualitativo dei prodotti, ci si troverebbe, nei fatti, in presenza di una situazione di deflazione e quindi di stagnazione economica. L’obiettivo di un tasso di inflazione programmato così basso, quindi, oltreché irrealistico è economicamente sbagliato. Le scarne indicazioni contenute nel DPEF relative alle misure di aggiustamento del disavanzo, di sviluppo e di riduzione del debito pubblico configurano un mix non trasparente che lascia spazio alle più diverse opzioni. Con riferimento agli interventi che dovranno essere introdotti in Finanziaria, si esprime una forte preoccupazione per quanto riguarda la spesa sociale, tenuto conto che la stessa intangibilità affermata nel DPEF della spesa per sanità e servizi sociali non risulta credibile in assenza di patti chiari e condivisi con il sistema delle Regioni e delle Autonomie Locali. Per quanto concerne i tagli fiscali si sottolinea l’estrema gravità della reiterata intenzione di mandare a regime entro questa legislatura la delega fiscale considerata dal sindacato iniqua perché ridistribuisce la stragrande maggioranza dei benefici ai cittadini più abbienti. Le modeste risorse reperibili dovrebbero essere, al contrario, concentrate sulla fiscalizzazione degli oneri sociali (per imprese e lavoratori), relativamente ai salari più bassi, sui figli e su pensionati a più basso reddito. Il Paese deve essere inoltre chiamato ad un grande sforzo per innalzare la qualità del capitale umano con investimenti in scuola e formazione, per la ricerca e l’innovazione, per il rilancio del Mezzogiorno che il DPEF 2005-2008 invece condanna ad un permanente sottosviluppo. |
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