| Note sul "Patto per l'Italia" | |
|
|
|
|
Premessa
La premessa al di là dei riferimento rituali ai vertici europei sposa nella sostanza una linea di competitività bassa mettendo al centro degli interventi la flessibilità del mercato del lavoro. Non a caso anche il termine "società della conoscenza" diventa, in una visione in cui il lavoro è considerato un fattore della produzione simile a tutti gli altri, "economia della conoscenza". Non c’è riferimento alcuno alla flessibilità del capitale e alla necessità di modificare l’attuale modello di specializzazione produttiva. Questo capitolo segna la completa condivisione da parte dei sottoscrittori dell’accordo della politica del governo Berlusconi nel campo economico, scolastico-formativo e in quello del lavoro. 1 - Politica dei redditi e di coesione sociale Con questo capitolo i sottoscrittori dell’accordo danno un avallo totale al Documento di Programmazione Economica ancor prima della sua approvazione da parte del Consiglio dei Ministri e convengono in modo del tutto irrituale con gli obiettivi di crescita del PIL, del tasso di occupazione, del tasso di inflazione programmata il cui livello crea problemi ai rinnovi contrattuali, a partire da quelli del Pubblico Impiego. Particolarmente grave risulta essere la capitolazione di CISL e UIL sul terreno del fisco. Non solo si abbandona completamente la piattaforma sindacale unitaria che conteneva radicali critiche alla controriforma Tremonti e al suo impianto regressivo, ma si legittima, con l’accettazione delle esemplificazioni e delle tabelle in allegato, la furbesca operazione del governo tendente ad occultare la gigantesca redistribuzione verso i contribuenti più ricchi che avverrà nei prossimi anni. E’ particolarmente grave che il Patto, mentre ha indicato con chiarezza le riduzioni Irpeg per le imprese, per l’Irpef non abbia esplicitato con quali modalità tecniche si sia pervenuti ai risultati quantitativi contenuti nelle esemplificazioni allegate al Patto. L’impressione è che si sia operato in tutta fretta alla messa a punto di simulazioni a carattere meramente propagandistico senza curarsi neanche se i 5,5 miliardi da ricavare nell’ambito della prossima manovra finanziaria saranno sufficienti a coprire le minori imposte promesse. La CGIL ha effettuato a tal fine, delle simulazioni sulla base delle tabelle fornite dal Governo per verificare l’effettivo impatto della fase di avvio della delega fiscale (vedi tabelle allegate). Quanto all’entità dello sgravio fiscale sbandierato dal Governo come il più grande taglio di tasse della storia, la CGIL ribadisce che, nei fatti, la manovra preannunciata si configura come una semplice rimodulazione di sgravi già previsti dalla legislazione vigente. La riduzione delle aliquote contenuta nella finanziaria Amato e cancellata dal governo (circa 5.500 miliardi di lire) sommata alla mancata restituzione sul drenaggio fiscale 2002 (circa 3.500 miliardi) copre quasi per intero il taglio contenuto nel patto separato. Se poi si tiene conto della mancata restituzione anche de drenaggio fiscale 2001 (oltre 3.600-3.800 mld) l’imposizione sulle famiglie operata dal governo Berlusconi risulta essere più elevata di quella prevista dalla legislazione vigente. Va inoltre messo in evidenza che il Patto separato non fa alcun cenno all’esigenza di sviluppare una fiscalità specifica per i pensionati. Nella scorsa legislatura il sindacato aveva ottenuto un avvio di tale politica ottenendo una detrazione specifica per i pensionati ultrasettantacinquenni a cui avrebbe dovuto far seguito altre detrazioni connesse all’età in grado di aumentare il potere di acquisto delle pensioni medio-basse. Resta comunque confermato quanto messo più volte in risalto dalla CGIL: un Irpef con due sole aliquote (23 per cento e 33 per cento) lede il principio costituzionale della progressività e presenta, date le risorse complessive messe a disposizione (circa 40 mila miliardi di vecchie lire) rigidità ineliminabili e effetti negativi per i contribuenti a reddito medio-basso. La conferma viene da una nota esplicativa a margine del protocollo d’intesa ad uso interno che, per un errore tecnico, è comparsa sul sito della Presidenza del Consiglio. Questa specifica il perché del rinvio della riformulazione delle deduzioni per carichi familiari ad una seconda fase: se si facesse ora si creerebbero (a detta dell’estensore della nota, presumibilmente Tremonti o Baldassarri) penalizzazione per i contribuenti, ciò sta ad indicare che nei decili centrali dei contribuenti in cui si colloca gran parte del lavoro dipendente, si determina un instabile equilibrio tra invarianza di prelievo e penalizzazioni. La clausola del Patto relativa la monitoraggio della pressione fiscale locale, mentre esime il governo dai compiti di coordinamento in materia fiscale previsti dal nuovo Titolo V° della Costituzione comprime, in modo inaccettabile, con il riferimento al modello del Patto di stabilità interno, l’autonomia dei livelli di governo regionali e locali e delinea un arretramento del welfare state. Pronunciarsi a favore della riduzione del carico fiscale complessivo senza, contemporaneamente, affermare che tale riduzione debba essere compatibile con la crescita della spesa per le politiche sociali, dell’istruzione e della formazione porta le organizzazioni firmatarie del Patto a discostarsi nettamente da quanto affermato dalle parti sociali nel parere del Cnel sulla delega fiscale e ad avallare la linea liberista del governo. 2 - Lo Stato Sociale per il lavoro Dopo aver sinteticamente richiamato in premessa alcune delle analisi sviluppate nel Libro Bianco (che già valutammo negativamente) si enunciano alcuni obiettivi in tema di "Servizi per l’incontro fra domanda e offerta di lavoro". (paragrafo 2.1) Tre considerazioni in proposito:
Confermiamo la nostra nettissima contrarietà a questa prospettiva; il rischio che così si creino circuiti privilegiati nel mercato del lavoro è del tutto evidente. E’ questa una palese dimostrazione di ciò che intendiamo quando affermiamo che l’accordo prefigura una grave distorsione del ruolo proprio delle rappresentanze sociali e apre la strada ad un sistema di relazioni di stampo neo-corporativo. Nel paragrafo 2.2 si enuncia con grande genericità l’obiettivo di un migliore coordinamento delle politiche e delle risorse pubbliche e private per la formazione permanente. Fra tali generiche affermazioni i promotori dichiarano anche, in esplicito, il loro consenso alle tanto contestate proposte legislative del ministro dell’Istruzione (riforma "Moratti"). Nei paragrafi 2.3 e 2.4. si affronta la complessa materia degli ammortizzatori sociali, con alcune indicazione di prospettiva e con la prospettazione di alcune misure più specifiche. Fra i contenuti che meritano di essere valutati con più attenzione, o che sollecitano riflessioni particolarmente critiche, segnaliamo i seguenti:
Oltre a queste riflessioni, che riguardano le linee generali della proposta, non possono essere sottaciute alcune altre questioni, più di dettaglio ma non meno problematiche:
A ciò si accompagna la mera declamazione della necessità di contrastare gli abusi con azioni ispettive e repressive (non meglio definite). Ancora ad organismi bilaterali si prevede di affidare la certificazione della attività formativa connessa ai contratti a causa mista (paragrafo 2.5). Il paragrafo 2.6 descrive l’intervento limitativo dell’applicazione dell’art. 18 e sviluppa le argomentazioni a supporto. L’intervento è grave e di ampia portata: i nuovi assunti, a qualunque titolo, non saranno computati ai fini dell’applicazione dell’art. 18. A questa norma generale è prevista una sola eccezione finalizzata ad evitare che l’impresa che abbia più di 15 dipendenti all’atto di entrata in vigore della nuova norma possa scendere strumentalmente sotto i 15 per poi risalire senza più il vincolo dell’art. 18 . Ne consegue, dunque, che tutte le imprese di nuova costituzione, quale che sia la dimensione del loro organico, non saranno più vincolate dall’art. 18. Nel caso di imprese che nascano per trasferimento o cessione del ramo d’azienda hanno convenuto di cambiare la normativa vigente limitando la necessità che sussista il requisito dell’"autonomia funzionale" al momento della cessione. Si argomenta che già in passato si esclusero dal computo alcune figure di lavoratori, ma è un argomento insostenibile. Infatti quelle precedenti norme erano comunque finalizzate a far fronte ad emergenze specifiche ed eccezionali (i disoccupati di lunga durata, gli LSU) o si riferivano a contratti di lavoro temporaneo (interinali), mentre ora si sancisce una nuova norma generale. Inoltre non ci sarà affatto decadenza automatica della nuova norma trascorsi i tre anni. Il paragrafo 2.7 dell’accordo liquida la sperimentazione del RMI (Reddito Minimo di Inserimento). Invece di generalizzare questo istituto si punta a cofinanziare i programmi regionali. In assenza di tali programmi, che saranno, comunque condizionati dalla situazione finanziaria delle diverse regioni, non si prevede più uno strumento di ultima istanza di sostengo al reddito e di inclusione sociale inteso come diritto di cittadinanza. Il patto separato lascia così l’Italia, insieme alla Grecia, ai margini dell’Europa In tutti gli altri paesi dell’Unione, infatti, questo diritto è garantito a tutti i cittadini, a prescindere dalla ricchezza delle regioni di appartenenza. Il paragrafo 2.8 ("Il dialogo sociale") contiene alcune affermazioni e dichiarazioni di intenti significative. Si rilancia l’idea di ridefinire complessivamente la legislazione del lavoro (Statuto dei lavori); prospettiva densa di incognite e di rischi, alternativa alla nostra strategia di estensione dei diritti e delle tutele fondamentali. Si impegnano le parti a comporre un "avviso comune" su conciliazione e arbitrato, avendo già sperimentato la volontà di manomissione del diritto sostanziale che anima alcune delle parti imprenditoriali a proposito del processo del lavoro. Sul tema della lotta al lavoro nero, dopo che il Governo ne ha fatto per molti mesi oggetto di strumentale e vuota propaganda, ci si limita a rinviare il tutto ad un altro auspicato "avviso comune" senza nemmeno impegnare il Governo a revocare la norma sbagliata e inefficace che, nei mesi scorsi, ha voluto pervicacemente adottare nonostante le forti e motivate obiezioni delle parti sociali. L’impegno del governo a garantire che "la prossima Legge Finanziaria non dovrà prevedere riduzione di spesa sociale rispetto allo scorso anno" non solo non fornisce garanzia alcuna, ma dà al Governo licenza di tagliare la spesa sociale. Nel testo del Patto infatti il riferimento è alla spesa storica del 2001. Questa è inferiore a quella stimata per l’anno in corso di circa 4 mila miliardi (anche per l’aumento a 1 milione di una parte delle pensioni minime). Occorre poi tener conto dei 1.500 miliardi che l’accordo prevede per l’aumento dell’indennità di disoccupazione. Quindi sulla base del patto separato il Governo nel 2003 potrà tagliare la spesa sociale erogata il 2002 per un ordine di grandezza almeno pari a 5.500 miliardi. 3- Investimenti e occupazione nel Mezzogiorno Questo è l’unico capitolo dell’accordo separato che si muove, dal punto di vista della strumentazione e delle procedure di intervento, nell’alveo dell’elaborazione sindacale unitaria. Resta invece completamente privo di credibili soluzioni il problema delle risorse. Anzi, su questo versante, il patto separato non solo non acquisisce nuovi risultati, ma configura arretramenti rispetto alla situazione esistente. Per quanto riguarda gli incentivi fiscali il cumulo della Tremonti bis con la Visco per il Sud risulta essere un vero e proprio imbroglio. Infatti la Visco per il Sud di cui oggi si può fruire senza limiti viene da ora in poi condizionata alle risorse stanziate e quindi nei limiti di un determinato plafond. Per quanto riguarda le risorse "aggiuntive" rivolte al Mezzogiorno l’impegno assunto dal Governo si limita ad assicurare il mantenimento di una percentuale sul PIL pari alla media degli ultimi anni, che sconta quindi anche la riduzione intervenuta con la Finanziaria 2002. E’ del tutto evidente che con questo quadro di incentivi e di risorse per le politiche pubbliche, anche in presenza di una ripresa economica trainata dalla domanda estera, la crescita del PIL peri l Mezzogiorno nei prossimi anni è destinata a restare sensibilmente al di sotto della media dell’Unione Europea e del resto del Paese determinando quindi un ulteriore accentuazione delle distanze fra il Sud e le altre parti del Paese. |
|
|
|
|