Gli alberi della conoscenza danno frutti solo per coloro che possono
comprarli
I mercanti sono entrati nel tempio attraverso due porte principali:
quella ideologica, della tesi sull'emergenza dell'economia della conoscenza
e della società della conoscenza, diffusa a partire dagli Stati Uniti e
accettata attraverso il mondo come fosse una verità incontestabile, e
quella giuridico-economica, del riconoscimento del diritto di proprietà
intellettuale (Dpi), quale forma più avanzata di proprietà privata nelle
società del mondo occidentale e occidentalizzato.
Una volta nel tempio, essi hanno trasformato la conoscenza - bene comune e
res publica - espressione più elevata dello spirito umano, in una merce. I
processi e le dinamiche che alimentano il mondo della conoscenza,
dall'immaginario alle pratiche del vissuto quotidiano, sono stati ridotti a
un sistema di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi limitati
al campo della conoscenza tecno-scientifica, secondo le regole dell'economia
capitalista di mercato. La società nel suo insieme è gestita come una
rete-che pretende di essere "aperta", "libera" e
"mondializzata"- d'informazioni, di saperi e di competenze
obbedienti alle logiche e agli interessi dei mercanti. In questo contesto,
l'università e i media hanno subito una profonda mutazione della loro
natura, finalità e compiti.
Il cosiddetto "nuovo paradigma" dell'economia e della società
della conoscenza
E' negli anni '60 che, sulla scia di Peter Drucker, uno dei principali
"padri" della cultura economica manageriale degli Stati Uniti e
del mondo occidentale (1), si è cominciato a parlare di knowledge economy e
di knowledge society. Il postulato è assai semplice e, a primo acchito,
convincente. In una economia fondata su tecnologie sempre più complesse e
performanti, l'impresa diventa un'organizzazione basata sulla conoscenza,
sui saperi scientifico-tecnici, sull'intelligenza degli umani e delle
macchine, sull'informazione e la comunicazione. I dirigenti d'impresa si
trasformano in "information managers", "comunication managers",
knowledge managers".
La conoscenza si trova alla base della ne di processi, di prodotti e di
servizi che migliorano la produttività, la qualità e, quindi, la creazione
di valore aggiunto dell'impresa favorendone l'aumento di competitività sui
mercati esistenti. Inoltre, essa conduce alla formazione di nuovi mercati e
quindi di nuovi processi di accumulazione del capitale e di crescita dei
profitti. Da qui, si conclude, l'importanza strategica per l'impresa delle
attività R&S (ricerca e sviluppo) e della disponibilità di un
"capitale umano" (le risorse umane) altamente qualificato, così
come di uno Stato il cui compito dovrebbe essere soprattutto quello di
creare le condizioni più favorevoli per l'impresa sul piano delle
infrastrutture e della formazione.
Il passaggio da tale analisi, specificatamente centrata sull'impresa
privata, alla tesi sull'emergenza di una economia e di una società della
conoscenza non è affatto evidente né giustificato. Eppure, i mercanti del
mondo lo hanno fatto. In un certo senso, è comprensibile che tale passo sia
stato compiuto dagli Stati Uniti che è sempre stata una società che vede
l'impresa privata come l'istituzione centrale. Quindi, se cambia l'impresa,
cambia l'economia e la società. Ma perché lo stesso passaggio è stato
compiuto da europei, africani, latinoamericani e asiatici?
Tra le varie ragioni,c'è quella per cui una volta prodotta e inghiottita
dalla grande macchina politico-culturale-scientifica e mediatica
rappresentata negli anni '60 dagli Stati Uniti, la tesi sull'economia della
conoscenza è stata ripresa, macinata e risfornata acriticamente su tutte le
piazze.
E ha trovato numerosi "laudatores tempori acti" e divulgatori
capaci, per non dire entusiasti, specie nel mondo accademico dei centri
"periferici" occidentali. Importanti "think thanks"
americani, europei e giapponesi, che si autodefiniscono
"indipendenti" ne hanno "validato" la pretesa pertinenza
"scientifica". L'OCSE, l'Unesco, e, per terminare in bellezza, la
Commissione dell'Unione Europea, hanno dato alla tesi il necessario
riconoscimento politico, pubblicando, fin dalla fine degli anni '80,
rapporti e "libri bianchi" sulla società della conoscenza e
sull'economia della conoscenza, e facendo di questa un obiettivo politico
strategico maggiore (2). Come negli anni '70 tutte le società dette
"avanzate" si lanciarono nella corsa alla "società
dell'informazione" (3), negli anni '90 l'obiettivo è diventato
"Verso la società della conoscenza" (4).
Così, la tesi ha plasmato non solo il linguaggio retorico dei politici e
dei "Fautori di opinione", i media in particolare, ma anche dei
sindacati e delle organizzazioni della società civile.
Per la grande maggioranza delle "èlites" del mondo, non v'è
futuro al di fuori dell'integrazione nell'economia della conoscenza e della
partecipazione alla società della conoscenza. Non si tratta di una moda
passeggera. Negli Stati Uniti, come in Europa, i dirigenti sono fermamente
convinti che stanno costruendo una nuova economia e una nuova società
grazie alle "grandi rivoluzioni" scientifiche e tecnologiche degli
ultimi decenni.
I mercanti diventano pirati con il Dpi
Visto che la conoscenza è considerata il principale capitale-fattore di
produzione alla base della creazione di ricchezza, è stato del tutto
naturale e inevitabile da parte delle imprese ricercare la legalizzazione e
la garanzia/protezione del "diritto" di appropriazione privata
della conoscenza.
Ci sono riuscite grazie all'estensione, ad opera degli uffici di brevetto
Usa ed Europa nel corso degli anni'90, dell'applicazione del diritto di
autore e del brevetto industriale e commerciale al campo dell'immateriale,
delle conoscenze "scientifiche". Il fondamento sulla base del
quale l'estensione è stata resa possibile e accettata sul piano teorico ed
etico risiede nell'accettazione della assimilazione di una
"scoperta" scientifica a un'invenzione, un atto di creazione.
Il principio di invenzione/creazione è alla base della legittimità del
diritto d'autore, del diritto dell'inventore e del brevetto industriale e
commerciale. Però, fare di una "scoperta" scientifica o di un uso
di algoritmi un atto di invenzione/creazione è del tutto infondato.
Inoltre, "scoprire" certe caratteristiche di una specie di riso
indiano o del Madagascar, per esempio, non dà nessuna
"legittimità" allo "scopritore" di diventare
proprietario, anche se limitativamente a 18 o 25 anni, della specie di riso
utilizzato da secoli o tempi immemorabili dalle popolazioni indiane o
malgasce in libera condivisione di conoscenze, pratiche produttive e usi.
Certo la "scoperta" può tradursi nella creazione di condizioni
nuove per fare cose altrimenti impossibili. Tale contributo, sovente
importante, deve essere legittimamente ricompensato anche in termini
monetari. Ma la sola ricompensa "giusta" e logica non può essere
l'appropriazione a titolo privato del potere di uso e controllo, per un
periodo fissato dalle autorità pubbliche, delle specie di riso.
Estendendo il principio di brevettabilità ai programmi di software (a
partire dagli anni '90) e agli organismi viventi (compreso l'essere umano) a
partire dal 1995 (per iniziativa dell'Uspto - Us Patent and trademark
Office) (5) i gruppi dominanti dei paesi più potenti e ricchi si sono
attribuiti la "legittimità" di espropriare le ricchezze del
mondo. Inoltre, si sono dati due vantaggi determinanti.
Il primo vantaggio è l'applicazione del principio "the winner takes
all". Colui che ottiene un brevetto/Dpi si appropria dell'uso esclusivo
di tutte le conoscenze dirette e, a certe condizioni, indirette strettamente
legate al soggetto/oggetto "scoperto". Se ciò è ammissibile nel
caso dell'acquisto di una vecchia casa o di un castello con parco
(l'acquirente diventa proprietario di tutto ciò che fa parte del
"patrimonio" storico della proprietà), non lo è più se si
tratta della conoscenza, che è il risultato cumulativo di migliaia e
migliaia di persone e istituzioni attraverso il tempo in tante parti del
mondo.
Il secondo vantaggio risiede nel fatto che, essendo noi occidentali
diventati i più potenti del mondo sul piano scientifico e tecnologico,
abbiamo una capacità di produrre brevetti di gran lunga senza confronti
rispetto a quella della stragrande maggioranza dei paesi poveri del mondo, i
quali, invece, sono ricchi, al 92% del capitale biotico che fa oggetto del
più gran numero dei brevetti posseduti da noi occidentali. Altrimenti
detto: negli ultimi trent'anni, grazie al Dpi, noi occidentali abbiamo
esteso e intensificato fino al più profondo angolino del vivente e
dell'immateriale (i simboli, la realtà virtuale, la memoria...) il nostro
potere di accaparramento/esproprio delle ricchezze del mondo. Una vera e
propria opera di pirateria legalizzata.
Le due grandi battaglie attuali contro gli Ogm da un lato, e per il software
libero dall'altro, testimoniano della radicalità e dell'ampiezza raggiunte
dall'opera piratesca. Gli antichi pirati, anche quando furono
"graziati" dal re o dal signorotto locale, restarono individui
"non grati". I pirati di oggi invece sono gratificati, onorati,
rispettati come i principali artefici del progresso e dello sviluppo!
Per brevità mi limito a segnalare in nota alcune letture utili (6).
Ed ecco le conseguenze della mercificazione della conoscenza.
Entrati nel tempio, i mercanti hanno coltivato gli alberi della conoscenza
in maniera diversa da come si operava prima, anche se non si deve
dimenticare che i "sacerdoti" del tempio, in tutte le società
hanno sovente abusato del loro ruolo e sfruttato i frutti dell'Albero della
conoscenza principalmente nel loro interesse. I mercanti ne hanno fatto la
regola: il tempio è diventato il mercato; solo i mercanti più abili e
forti possono coltivare gli alberi della conoscenza, vecchi e nuovi,
selezionati e mantenuti in funzione del loro rendimento; i frutti della
conoscenza sono accessibili solo ai dotati di un Pa (potere di acquisto)
adeguato; nel tempio entrano solo coloro che possono comprare.
Le conseguenze di tale mercificazione sono considerevoli. E riguardano la
ricerca, l'educazione, la persona umana, la vita, il vivere insieme, il
potere politico, la democrazia, la giustizia, la solidarietà.
Prendiamo le attività di ricerca. E' opinione dominante che, fatta salva la
specificità della ricerca a fini militari, le attività di ricerca,
fondamentali e pubbliche incluse, devono produrre conoscenze e saperi utili
per le imprese del paese. All'era della mondializzazione dei mercati
liberalizzati, deregolamentati e privatizzati, l'economia della conoscenza
impone - dicono i nostri dirigenti - che le priorità per gli investimenti
del paese nel settore della ricerca devono essere definite dalle imprese e
subordinate all'obiettivo del miglioramento della competitività delle
imprese "nazionali" e del sistema-Paese.
Nel marzo scorso, l'Unione europea (Commissione e Consiglio dei ministri) ha
proclamato che, al fine di garantire la realizzazione dell'obiettivo
definito dai 15 capi di stato e di governo nel marzo 2000 a Lisbona, di fare
dell'Europa "l'economia della conoscenza la più competitiva al mondo
al 2010", è necessario che entro il 2006 più del 60 per cento della
ricerca comune europea sia finanziato dai privati e che la quota dei privati
diventi sempre più importante.
Il fatto che i poteri pubblici europei dichiarino apertamente che è
"giusto e buono" che si lasci al capitale privato il compito di
diventare il principale finanziatore della ricerca europea, mostra fino a
che punto i mercanti hanno vinto e dove è giunta la volontà di abdicazione
delle loro responsabilità da parte dei poteri pubblici.
E' evidente che, in queste condizioni, non è più possibile parlare di
indipendenza o di autonomia degli scienziati e dei ricercatori. Ricordiamo
che il 9 settembre 2001 tredici fra le migliori riviste scientifiche mediche
del mondo pubblicarono un editoriale comune nel quale denunciarono il
dominio crescente delle imprese private sulla ricerca, specie nel campo
farmaceutico e definirono le regole che si erano date per proteggere la
ricerca dal soggiogamento asfissiante esercitato dalle imprese farmaceutiche
private multinazionali (7).
Sempre meno finanziata dai poteri pubblici, la ricerca universitaria dipende
in maniera crescente dai finanziamenti delle imprese. La conoscenza ch'essa
produce non è più libera. I finanziatori privati hanno imposto, da un
quarto di secolo, il principio "first patent then publish". La
corsa al brevetto è, così, diventata un'ossessione "vitale" per
le università il cui prestigio è sempre più misurato dal numero di
brevetti deposti e riconosciuti e dei premi Nobel ottenuti.
Più un'università produce brevetti e più le imprese ne finanziano le
attività. Da qui la competitività senza limiti tra le università per
l'ottenimento di contratti e di fondi e la lotta per l'eccellenza. Le
università fanno oramai l'oggetto di valutazioni pubbliche e private,
soprattutto di classifiche destinate a "determinare" le migliori
università per la ricerca (secondo i settori), quelle per l'insegnamento
(in quali discipline), quelle per la ricerca e l'insegnamento. La pratica
del "ranking" è esplosa con l'avvento al potere nel Regno Unito
della Signora Tatcher nel 1989. La classifica doveva permettere al governo
britannico di scegliere "meglio" in quali università allocare in
priorità i fondi pubblici. Da allora, le classifiche si sono moltiplicate.
Tra le ultime, quella stabilita da cinque anni dall'università di Jiao Tong
di Shangai. Secondo questa classifica, sulle 100 migliori università del
mondo, 51 sono Usa, 11 Uk, 7 Germania, 5 Francia e Svezia, 4 Canada. Una
sola è italiana (la Sapienza di Roma) che figura al 93° posto (8).
Se queste tendenze perdureranno, assisteremo nei prossimi venti anni a una
gerarchizzazione delle università in quattro categorie:
- Le università "aristocratiche" ("le migliori"),
quelle che sono poste al vertice della classifica per la ricerca e per
l'insegnamento soprattutto a livello post-graduate e dottorale;
- le università "di punta", quelle che sono piazzate piuttosto
bene o in un campo della ricerca o in una disciplina d'insegnamento, e il
cui livello "qualitativo" è alto rispetto alla media mondiale;
- le università "di produzione", quelle che non eccellono né
nella ricerca né nell'insegnamento ma che costituiscono l'ossatura
produttiva del sistema nazionale e mondiale della ricerca e
dell'insegnamento all'era dell'economia della conoscenza;
- le università "proletarie", quelle la cui attività di ricerca
sono considerate di scarso valore e la cui funzione principale sarà quella
di offrire i servizi di formazione di massa per le "risorse umane"
del pianeta. Saranno destinate ad alimentare i grandi bacini mondiali del
"capitale umano" da sfruttare secondo le esigenze dell'economia
capitalista mondiale.
Considerato il costo elevato di iscrizione e di frequenza delle università
aristocratiche e delle università di punta, è molto probabile che le
università delle prime due categorie saranno in totalità private. Quelle
della terza e quarta categoria saranno, invece, università prevalentemente
pubbliche, con permanenti problemi di scarsezza di fondi.
Non a caso l'Università è considerata sempre più come un'impresa di
formazione politecnica di risorse umane qualificate e sempre di meno come lo
spazio pubblico di educazione alla cittadinanza adulta critica, mirante a
capacitare lo studente a progettare e innovare altra cosa che quella
esclusiva di entrare a far parte del club dei "winners", soldati
al servizio delle strategie di conquista del mondo da parte delle Glocos (Global
Companies), come oramai sono definite le grandi imprese multinazionali..
Il rapido sviluppo delle istituzioni e dei programmi di "business
education", costituisce un ulteriore indicatore dei mutamenti in corso.
Nei paesi "sviluppati", il numero di studenti iscritti nelle
facoltà o dipartimenti di "scienze economiche" è diminuito
drasticamente nel corso degli anni '90 a vantaggio degli iscritti ai corsi
di "management and business administration" (i famosi Mba). Molte
università hanno trasformato in facoltà, o contano di farlo, il loro
dipartimento di Mba: Allorché l'Unione europea e la Cina hanno firmato il
primo contratto di cooperazione tecnica e scientifica, uno dei progetti
maggiori caldeggiati da entrambe le parti fu la creazione di "Eu and
China international business school " in Shangai. La scuola è già in
funzione.
Stesso interesse per quanto riguarda i paesi dell'Europa centrale e
orientale divenuti membri dell'Eu. Le autorità europee hanno deciso di
investire alcune centinaia di milioni di euro non per la creazione di nuovi
istituti superiori universitari o il rinnovamento delle università
esistenti, bensì per la creazione di "business schools" in tutti
i nuovi paesi membri, con lo scopo dichiarato di formare rapidamente il più
grande numero possibile di "risorse umane altamente qualificate"
per gestire efficacemente reinserimento e integrazione degli ex "paesi
comunisti" nel sistema dell'economia capitalista di mercato.
Altro fenomeno di rilievo, inquietante, è la moltiplicazione delle
università private e in particolare delle "Corporation universities",
le università delle imprese, di cui non si conosce esattamente il numero ma
che deve aggirarsi sul migliaio con parecchie centinaia di migliaia di
studenti frequentanti all'anno. Alcune, come quelle della Ibm e della
Microsoft, sono istituzioni di alta qualità.
Nell'era del cyberspazio e, soprattutto, di quel che sarà diventato
internet fra 15-20 anni, il mercato mondiale dell'educazione (il Wem-World
Education Market-ha tenuto in maggio scorso la sua quinta edizione) farà
esplodere i luoghi e i tempi dell'educazione/formazione/occupazione. Coloro
che saranno più abili a navigare negli oceani dei flussi infiniti, reali,
virtuali delle reti mutevoli della e-learning, delle "click-universities",
e sapranno resistere/adattarsi alle violente correnti delle innovazioni
tecniche e info-comunicazionali, non naufragheranno. Diventeranno, si dice,
i naviganti nomadi del XXI° secolo, i nuovi mercanti conquistatori,
cavalieri erranti, ancor più di quelli medievali, in competizione per il
dominio del mondo.
Che pensare allora della democratizzazione dell'educazione e
dell'uguaglianza al diritto alla conoscenza? Che significato ha
l'economia/società della conoscenza per i 2,7 miliardi di persone
attualmente al di sotto della soglia della povertà (meno di due dollari al
giorno)? Un significato ce l'ha, ed è estremamente eloquente: "no
future" per loro. Sono già escluse, nella pretesa economia/società
della conoscenza esistente, espulse e rigettate al di là del muro
dell'apartheid mondiale (i dominanti stessi parlano di "knowledge
divide") che il sistema attuale sta costruendo in nome della
conoscenza.
Per quanto riguarda il resto della popolazione mondiale, ci sarà un futuro
nei limiti di due possibilità: essere risorse umane che restano là dove
sono e accettare di essere utilizzate/sfruttate quando e in funzione dei
bisogni dell'economia mondiale (come è il caso, ad esempio, di migliaia di
tecnici informatici dell'India), o essere risorse umane flessibili che
migrano a milioni nei luoghi centrali dell'economia della conoscenza
allorché la situazione demografica di questi luoghi lo richiede.
Nell'economia mondiale della conoscenza siamo tutti destinati a essere
"risorse umane" al servizio dell'ottimizzazione della creazione di
plus valore per il capitale privato e del potere di dominio della potenza
militare. In fondo l'economia/società della conoscenza non è
significativamente diversa dall'economia/società capitalista industriale.
Risorse umane di tutto il mondo, questa volta è tempo di unirci veramente.
(1) Cfr. in particolare Peter Drucker, Landsmarks of Tomorrow,
Transaction Publisher, 1959 e The Age of Discontinuitiy, Transaction
Publishers 1968
(2) Commission Europèenne, Einsegner et apprendre. Vers la sociètè
cognitive, Luxembourg. 1995
(3) Si pensi al piano giapponese del 1972 Japan, Information Society 2000 e
a quello francese risssunto in L'informatisaition de la sociètè (S.Nora e
A.Minc). LA Documentation francaise. Paris 1976
(4) Capi di Stato e di Governo dei 15 Paesi dell'Unione Europea, riuniti nel
marzo 200 a Lisbona, riuniti nel marzo 2000 a Lisbona per pensare insieme
alle grandi scelte per il futuro dell'Europa all'inizio del XXI° secolo, ne
hanno fatto addirittura l'obiettivo strategico principale per il popolo
europeo. Secondo l'impegno da loro preso, il principale compito per noi
tutti europei è di "fare dell'Europa l'economia della conoscenza la
più competitiva al mondo al 2010.
(5) Informazioni contenute in P.Virginier et alii, la France dans l'economie
du savoir: pour une dynamique collective, Commissariat Generale au Plan,
PAris 2002
(6) In particolare Anne P.Carter, Searching the Soul of Today's University,
nota di lavoro per il Gruppo di Lisbona 2001 e Riccardo Petrella L'education
victime de cinq pièges, Fides, Montreal 2001
(7) A proposito di questo editoriale, vedere la critica che ne ha fatto
arnold Relman, redattore capo fra il 1977 e il 1991 della New England
Journal of Medicine in New scientist del 22 settembre 2001, per Relman
l'editoriale era troppo timido nel denunciare le mani basse dulla scienza
medica in atto dal 1980.
(8) Academic Ranking of World Universities - 1004, Insitute of Higher
Education, Shangai Jiao Ton University 2004
Riccardo Petrella
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